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Tavola 10 - Il Monte di Pietà e il progetto di riforma

Istituito nel 1493, il Monte di Pietà assicurava il prestito su pegno ad un interesse ridotto del 5%. Ma l’essere amministrato nel pieno ‘500 da esponenti di famiglie notabili di Castelfranco, che avevano reso ereditarie le cariche, si prestava a maneggi e a ruberie, come ben presto il podestà Semitecolo subito accerta con sdegno, decidendo di intraprendere un’autentica battaglia per poter riformare radicalmente la gestione dell’istituto. Il nodo del problema consisteva nel sistematico prelevamento di denaro da parte di molti amministratori non apportando al Monte pegni reali corrispondente alle somme prelevate, ma sostituendo tali pegni con semplici firme. Si trattava di un vero e proprio furto che causava pesanti perdite al cosiddetto “bagattino”, cioè alla quota di interessi sui pegni che il Monte accantonava e che destinava a sollievo dei poveri o per finanziare lavori pubblici (come l’escavazione delle fosse). I sette capitoli della riforma Semitecolo, approvati dal Senato veneziano il 15 febbraio 1586, prevedevano una radicale revisione contabile e il recupero di tutti i crediti dai vari debitori mediante la loro coatta convocazione. Punti sul vivo, o meglio sulle loro tasche, gli amministratori corrotti scatenarono una dura reazione istigando la lordatura delle lapidi in cui comparivano gli stemmi del podestà. L’iniziativa riformatrice non decollò subito e avrà il proprio esito nel 1594 con la ducale del doge Pasquale Cicogna che porrà fine ad un secolo di abusi.



Data ultimo aggiornamento: 11-06-2021