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Castelfranco al tempo del podestà Giorgio Semitecolo

Nel pieno ‘500, Castelfranco, che nei documenti d’archivio è detta la Terra, vive forse la sua più fibrillante stagione dall’inizio della dominazione veneziana sulla Terraferma (1338) e sino al suo epilogo (1797): una stagione che il podestà Giorgio Semitecolo sperimenterà in uno dei suoi più critici momenti.

Il Semitecolo arriva nel 1585 quanto la Terra ha ‘cambiato pelle’ dopo la guerra della Lega di Cambrai (1509-1517). Il castello è ormai privato della sua originaria funzione bellica essendosi trasformato in elemento identitario, simbolico, di una ‘quasi città’ in pieno sviluppo edilizio, nella quale si edificano case, palazzi e due conventi (Cappuccini e Domenicane). Muta radicalmente l’assetto del governo locale mediante processi (1518 e 1527) di egemonia sulle cariche pubbliche da parte di un ristretto numero di famiglie.

Castelfranco nel pieno ‘500 dispone di un’armatura di istituti pubblici e religiosi, che si ritrovano in città di maggiore importanza: il palazzo sede del podestà veneziano e dei consigli cittadini, il Monte di Pietà (1493), che per il Semitecolo costituirà uno dei maggiori crucci del suo governo, l’Ospedale dei Battuti, istituito nel 1217, due conventi di consolidata presenza, fin dal ‘3-‘400 (Minori Conventuali in Borgo Pieve e Servi di Maria), infine due chiese e le loro parrocchie, che vivono un’antica relazione conflittuale nella quale sono aspramente coinvolti i pievani e i residenti nelle due giurisdizioni: la Pieve di S. Maria Nascente, detta chiesa di fuori, che vanta di essere fondata prima addirittura del castello, e S. Liberale, eretta all’interno delle mura, in  faccia al palazzo podestarile, detta chiesa di dentro, che si fregia di essere la chiesa nella quale si tiene la cerimonia pubblica del passaggio di consegne tra il podestà uscente e quello entrante.

A questo ribollire di energie e di tensioni non è estranea, tutt’altro, il fiorente e propulsivo mercato di Castelfranco, capace di attirare artigiani, commercianti, venditori in sorte dall’ampio hinterland compreso tra la Pedemontana, Treviso, Padova e Vicenza. Mercato, decine di botteghe artigianali e cinque mulini insediati sulla roggia Musonello sono le componenti principali di una economia assai vivace che, a fine secolo, nel solo settore tessile, assicura un gettito fiscale pari alla metà dell’intero Trevigiano.

Questa è la Terra, popolata da circa 4.400 abitanti, all’arrivo del Semitecolo. Ma la sua giurisdizione, con tutte le complessità di governo conseguenti, si estende anche sui 29 villaggi della cosiddetta podesteria: insomma una grande responsabilità che questo rampollo di una tra le più antiche famiglie del patriziato veneziano si trova ad affrontare all’età di circa 30 anni. È tuttavia la comunità castellana a destare nel nuovo podestà le maggiori preoccupazioni: vitalissima economicamente, certo, ma divisa al proprio interno, agitata da conflittualità nella sfera civile e in quella religiosa. Un clima, insomma, con il quale Giorgio deve esercitare con determinazione le proprie funzioni di rappresentante dello Stato veneziano, mettendo mano a riforme in ambiti assai delicati, come, soprattutto, l’amministrazione del Monte di Pietà e la regolamentazione del mercato. I suoi decisi interventi indurranno parti della nobiltà castellana a manifestazioni irridenti e di dispregio dell’autorità podestarile e della stessa Repubblica, parzialmente compensate da manifestazioni laudatorie dipinte sulle facciate di alcune case, alla cessazione di un mandato podestarile tutt’altro che tranquillo. Concluse le sue funzioni nella città murata, Giorgio riprende la sua vita pubblica, come podestà Conegliano e membro del Consiglio dei Quaranta, supremo tribunale supremo della Repubblica. Muore il 25 aprile 1608, a 64 anni di età. Di lui in età giovanile, cioè del periodo castellano, si conosce l’aspetto nel busto incluso nel monumento eretto il suo onore, ora nei civici depositi museali: fronte alta, occhi sporgenti (esoftalmici) forse per un disturbo della tiroide, labbra inferiore carnoso, fossetta sul mento. Il busto poggia su un leone greco che tiene un giglio nella zampa destra, parte integrante dello stemma della famiglia, che reca, alla base del busto, onde marine, riferimento al Mediterraneo che circonda l’isola di Creta nella quale vissero, sino alla conquista turca (1669), molti dei componenti dei tre rami Semitecolo, almeno sino a che l’isola rimase nel Dominio da mar veneziano sino alla conquista turca (1669). Diversamente nello stemma Semitecolo murato all’esterno del Paveion, le onde sono sostituite da cinque bande trasversali. Il monumento Semitecolo presentava alla base un’iscrizione laudatoria fatta scalpellare, non dai Francesi nel 1797, come si è scritto e creduto, bensì per decreto emanato dal Senato nel 1691 che vietava ogni espressione laudatoria dei rappresentanti della Repubblica.




Data ultimo aggiornamento: 04-06-2021