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[05.10.2019] - Pietre sull’acqua: uno spettacolo a chiusura del mese sull’Alzheimer

Il Teatro Accademico sarà la migliore cornice per ospitare la chiusura del mese dedicato all’Alzheimer (apertosi il 1° settembre con la mostra Acquerelli in Corsia), per iniziative atte a sensibilizzare la popolazione su una malattia che sempre più sta interessando fasce più giovani (dai dati del Centro Regionale sull’Invecchiamento Celebrale sono 6.000 in Veneto le persone colpite dall’Alzheimer giovanile - età di circa 40-45 anni) per nuove problematiche socio-sanitarie.

L’Amministrazione comunale, la Fondazione per la Ricerca Cardiovascolare e delle Malattie Neurodegenerative e il Liceo Giorgione hanno unito gli intenti nel proporre il tema in una serata dal titolo PIETRE SULL’ACQUA in programma giovedì prossimo 10 ottobre con inizio alle ore 20.45 (ingresso libero con prenotazione dei posti alla biglietteria del Teatro). Ieri mattina, in Municipio, la presentazione dell’evento alla presenza, tra le altre, dell’assessore ai Servizi Sociali, Sandra Piva del dirigente del Liceo Giorgione, Franco De Vicenzis e della vicepresidente della Fondazione, Renza Farello.

Uno spettacolo unico nel suo genere, miglior connubio tra tematiche sociali ed artistiche, tra cultura ed arte con la proposta di musiche originali composte per l’occasione dal maestro Paolo Gasparin per un’opera nell’opera e suonate dal vivo da professionisti e docenti, alcuni provenienti dallo stesso indirizzo musicale del Liceo Giorgione, che sin son messi a disposizione a titolo gratuito. Ad accompagnare il pubblico nell’opera di Slavoj Zizek, saranno le voci narranti di Gianluca Mancuso con Iohanna Benvegna e Mariagioia Ubaldi.

Così racconta lo spettacolo il prof. De Franco De Vicenzis. “L’idea nasce, quasi per caso, dalla lettura appassionata dell’opera di Slavoj Zizek, il gigante di Lubjana che ha fatto della sua filosofia un’arma potente contro l’ideologia imperante del capitalismo. Un filosofo “pericoloso” perché in grado di recuperare alcune delle “cause perse”, condannate dalla storia, per ciò che di buono hanno saputo offrire. Il fallimento degli atti rivoluzionari, eventi di senso in grado di risignificare il passato, di “porre i presupposti” e di proiettarli verso un futuro aperto, dimostra come la realtà sia in sé contraddittoria nel suo stesso fondamento. Anzi, è proprio la perdita e il fallimento a generare attraverso un “contraccolpo”, come nella “negazione di negazione” hegeliana, il positivo residuale.

      Zizek rilegge tutta la dialettica, perlomeno a partire da Kant, con le lenti di Lacan e ritiene, con Lacan, che il Reale, non la realtà, sia quel “resto eccedente”, immanente al Simbolico, che permane inattingibile alla parola e alla sua articolazione. Non un trascendentale di tipo kantiano, ma lo sfondo immanente che si intravvede attraverso le crepe del Simbolico che non potrà mai essere significato. Di qui deriva il corollario che l’evento significante, il deleuziano senso bifronte, tangente ai dati di realtà e alla parola, è un “trauma” inscritto nell’Assoluto e che ogni atto rivoluzionario non è altro che la ferita originaria che ha “atteso” la sua forma idonea a incarnarlo. Una sorta di “passato puro”, virtuale, che già contiene le cose ancora presenti perché un presente può divenire passato in quanto lo è già (Deleuze).

    Ogni soggetto umano, come pietra sull’acqua, rivive il trauma originario cercando, prima facie, di differire l’evento traumatico dello sprofondamento, come don Giovanni che, “sulle note danzanti dei violini” passa da una donna all’altra. Il differimento, tuttavia, non può impedire il naufragio che ineluttabile “accade”, e accade proprio perché è nel cuore dell’Assoluto. Ogni tentativo di rimarginare la ferita attraverso la techne è inautentico, perché forza, piega o asservisce la natura. Come nella dialettica hegeliana (contro Kant e Fichte che presuppongono uno sforzo pratico di liberazione da parte dell’io finito), riletta in controluce con la psicoanalisi di Lacan, Zizek presenta l’origine dialettica della realtà come un antagonismo magmatico aperto. Il superamento dialettico non avviene, come sostiene la vulgata hegeliana, con la riconciliazione degli opposti. La negazione della negazione non è la ricomposizione del trauma. La ferita suturata lascia in evidenza la cicatrice, non porta al reintegro dell’unità. Così la nuova totalità, ottenuta nel processo di ripetizione (non rimozione), è un non-Tutto, simile al giudizio infinito kantiano (il cane è non-uomo) che lascia aperto un oceano di possibilità, al contrario del giudizio negativo (il cane non è uomo) che definisce e chiude a ogni possibilità. Il Reale allora, mai attingibile e categorizzabile, è un resto eccedente (l’object petit a di Lacan), un pre-ontologico “meno di niente”, un “den” democriteo ottenuto per sottrazione dal “meden” (nulla). Su questo “den” poggia il tentativo di fondazione zizekiano di un nuovo materialismo dialettico a partire da Hegel, in questo resto eccedente, non-morto post-traumatico, affondano le radici della “cura paziente”, quella che non ricostituisce l’unità perduta ma accoglie e presta soccorso ai naufraghi del tempo presente.



Data ultimo aggiornamento: 05-10-2019